C’era una volta la moda.
Non come nostalgia, ma come statura.
C’era Valentino Garavani.
L’imperatore della moda.
E c’era un’idea di bellezza che non aveva bisogno di giustificazioni né di consenso immediato. Una bellezza che si imponeva per visione, disciplina, assolutezza.
C’era una volta un tempo in cui due uomini, nati a pochi chilometri di distanza, hanno disegnato due idee opposte e complementari di femminilità, riuscendo però a dominare lo stesso impero.
Valentino Garavani e Giorgio Armani: l’imperatore e il re.
Il rosso e il beige.
Il jet set e la discrezione.
La teatralità assoluta e il rigore silenzioso.
Eppure nessuna rivalità sterile.
Solo riconoscimento.
Solo autorità.
Perché entrambi appartenevano a una stagione in cui la moda italiana non chiedeva spazio: lo occupava.
Valentino e Armani non amavano il disordine.
E non si sono mai rivolti a tutti.
Perché la moda non è democratica.
La moda, quando è vera, sceglie.
Ha un perimetro, una direzione, una responsabilità.
Sa chi è e accetta di non piacere a chiunque.
Quando prova a includere tutti, smette di essere linguaggio e diventa rumore.
La scomparsa di Valentino, a 93 anni, nella sua casa di Roma, arriva dopo quella di Armani e chiude simbolicamente un’epoca.
Non perché abbiano smesso di disegnare – quello era accaduto da tempo – ma perché con loro scompare un’idea irripetibile di moda come visione totale, come linguaggio che non aveva bisogno di spiegarsi.
A raccontarla senza indulgenza resta il docufilm Valentino: L’ultimo imperatore,
che non celebra solo un uomo, ma un sistema fatto di disciplina, eccessi, rigore e tempo.
Un sistema che oggi non esiste più.
Non torneranno.
E non verranno sostituiti.
Angela Vitale
Riflessi di Stile